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Infermieri: «Rimettete i posti di polizia negli ospedali, siamo vittime di violenze»

L’ultimo caso salito alle cronache nazionali è quello del Pronto soccorso dell’Umberto I di Roma nel giorno della manifestazione che è arrivata a devastare la sede della Cgil. Ancora una volta ci sono stati episodi di violenza nei confronti di sanitari. A Roma tre infermieri sono rimasti feriti. È successo anche a Trieste, in Toscana, in Abruzzo e in Puglia solo nelle ultime settimane. Lo scorso anno in Piemonte un’infermiera è stata ferita perché una persona le ha lanciato addosso il carrello in acciaio usato per la somministrazione delle terapie. Sono esempi fra i tanti.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha voluto proprio il personale della sanità a posare nella foto simbolo al G20 di Roma. Nei lunghi mesi della pandemia medici e infermieri sono stati in prima linea, ma sono anche diventato ancora più bersaglio di attacchi e violenze. Il personale sanitario è sempre più spesso insultato e spintonato, aggredito e minacciato.

Con il Covid si è resa più acuta ed evidente una problematica che già esisteva. «Nell’autunno del 2019», spiega Antonio De Palma, Presidente Nazionale di Nursing Up, sindacato degli infermieri, «abbiamo fatto un’indagine, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha mostrato violenza fisica, minacce, insulti. Un infermiere su 10 ha confermato di aver subito violenza fisica sul lavoro, il 4% ha riferito di essere stato minacciato con un’arma da fuoco. Uno su due dice infine di aver ricevuto un’aggressione verbale». Gli infermieri sono la categoria più colpita perché sono numericamente maggiori e fanno un’attività di assistenza continuativa vicino al paziente.

Per l’associazione serve un intervento legislativo all’interno della legge in discussione sulle violenze nei luoghi di lavoro. «Ci sono in questa legge pene per chi si macchia dei reati, ma non c’è nulla all’interno della prevenzione. Si ipotizza la creazione di un osservatorio nazionale che indagherà però a posteriori a violenze avvenute. La nostra richiesta è di ripristinare le postazioni di polizia che una volta erano presenti in ogni pronto soccorso italiano. Oltre a un servizio di pubblica utilità perché ci può essere passaggio diretto dei referti per le denunce, sarebbero anche un deterrente per chi pensa di fare violenze».

La richiesta successiva, nel caso non fosse possibile ripristinare i posti di polizia, è quella di permettere la creazione di sezioni addette alla sicurezza all’interno di ogni azienda. «Serve un sistema che possa essere allertato immediatamente in caso di minaccia per portare soccorso agli operatori in particolare al pronto soccorso».

Non è solo la sicurezza degli operatori a essere in gioco, ma anche l’incolumità dei pazienti che si trovano in quel momento in ospedale. «Medici e infermieri devono lavorare in sicurezza per i loro pazienti. Bloccare l’attività di un pronto soccorso significa mettere a rischio delle vite. Anche pochi minuti di blocco possono causare la perdita della vita di una persona».

Gli strumenti devono essere preventivi e non solo punitivi nei confronti di chi attacca il personale sanitario. Sono familiari dei pazienti spesso e a volte anche i pazienti stessi. «Pensano di poter violare le regole o di civile convivenza o quelle terapeutiche stabilite o vogliono dare loro indicazioni sulle procedure da seguire, a volte addirittura semplicemente perché si presentano in luoghi e orari dove non è consentito accedere. C’è chi arriva ad aspettare medici e infermieri fuori dagli ospedali per colpirli». 

FONTE: https://www.vanityfair.it/article/infermieri-rimettete-i-posti-di-polizia-negli-ospedali-siamo-vittime-di-violenze

Associazione Nazionale
Sindacato Professionisti Sanitari della Funzione Infermieristica

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